Facebook corre ai ripari dopo il caso Cambridge Analytica
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Facebook corre ai ripari dopo caso Cambridge Analytica

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Chiusura del servizio Partner Categories e niente più risultati delle campagne pubblicitarie forniti agli inserzionisti: così Facebook, il social network per antonomasia, cerca di evitare il rischio che si ripeta il caso di abuso dei dati personali come quello di cui è accusata in questi giorni

Facebook cerca di correre ai ripari dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Il caso, di cui abbiamo parlato qui, riguarda i milioni di dati degli utenti del social network che sarebbero stati raccolti su Facebook dal data provider, il quale a sua volta li elabora per profilare gli account sui social network e li fornisce agli inserzionisti perché possano realizzare campagne pubblicitarie il più possibile mirate. Gli stessi dati sarebbero stati poi sfruttati per condizionare le ultime campagne elettorali, da quella di Trump a quella per la Brexit.

Un DMP (Data Management Platform) elabora e rivende i dati raccolti sul web

Per limitare i danni – finanziari e d’immagine, compreso l’abbandono di profili importanti, come Playboy – il social network blu chiuderà Partner Categories, un servizio grazie al quale i data provider terzi come appunto Cambridge Analytica, offrono agli inserzionisti target della pubblicità direttamente attraverso lo stesso social network, gestendola in proprio.

Con la chiusura di Partner Categories, i fornitori di dati potranno agire solo affidandosi alla stessa Facebook oppure tramite informazioni fornite direttamente e volontariamente dall’inserzionista, come gli indirizzi mail.

Obiettivo dell’operazione: più privacy per gli utenti – come dice Graham Mudd, Product Marketing Director di Facebook, meno diffusione incontrollata dei dati personali. Secondo voci raccolte dal Wall Street Journal, poi, Facebook smetterà di fornire ai provider stessi i risultati sulle campagne pubblicitarie attivate.

Questi provvedimenti, presi prima, probabilmente non avrebbero evitato il “Cambridge Analytica gate”, perché in quel caso la raccolta dei dati era stata fatta per fini di ricerca. Potrebbero però potrebbero ridurre il rischio che Facebook ricaschi in inconvenienti simili, gestendo dati raccolti in modo poco trasparente.

Fonte: Engadget

Gironalista pubblicista freelance con esperienza soprattutto nel campo della fotografia digitale e della tecnologia

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