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Cinema

The Lodge: l’anima del terrore | RECENSIONE

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Gli autori dell’inquietante Goodnight Mommy tornano al cinema con The Lodge e si preparano a sconvolgere ancora una volta il pubblico.

L’horror è una questione di famiglia. Lo sa bene, evidentemente, il duo registico zia-nipote Veronika Franz e Severin Fiala. I due cineasti austriaci a cinque anni dall’inquietante ma stupefacente Goodnight Mommy tornano in sala sviscerando dinamiche e temi a loro molto chiari. The Lodge ha debuttato alla scorsa edizione del Sundance Film Festival riscuotendo subito accesi consensi. Il film è finalmente arrivato nelle sale italiano il 16 gennaio scorso portando sul grande schermo una nuova storia avvincente e travolgente perfetta per gli amanti del genere e non solo.

The Lodge, Riley Keough, Gogo Magazine

I due fratelli Aidan (Jaeden Martell) e Mia (Lia McHugh) accompagnati dalla madre a casa del padre che ora vive con una nuova compagna. Un’accesa discussione tra i due genitori, tuttavia, porterà a un evento tragico per cui i ragazzi verranno affidati al padre Richard (Richard Armitage). L’arrivo della stagione invernale coinciderà con la tradizionale vacanza nella casa di montagna di famiglia, occasione in cui Aidan e Mia potranno conoscere meglio Grace (Riley Keough), la nuova compagna di Richard con un oscuro passato mai superato. The Lodge partendo da pochi ma interessantissimi personaggi sviluppa una delle storie di genere più interessanti degli ultimi anni.

La vera personalità di The Lodge

Ormai è innegabile che il genere horror negli ultimi anni stia vivendo un nuovo periodo d’oro. In particolare, le contaminazioni di questo genere hanno saputo rappresentarne la migliore innovazione. Titoli come Midsommar e Us hanno saputo coniugare l’aspetto puramente spettacolare con la sfera psicologica di protagonisti dalle molteplici sfaccettature. Franz e Fiala, però, non hanno nulla da invidiare ad autori celebrati come Ari Aster e Jordan Peele. Senza troppe sovrastrutture, i due analizzano dichiaratamente le personalità e le interazioni, tesissime, dei vari personaggi mostrandoli in tutti i loro lati (o quasi).

L’aspetto più riuscito di The Lodge è senza dubbio la sua capacità di avventurarsi tra le pieghe della psicologia dei suoi protagonisti, mostrandone fragilità e astuzie ma nascondendone abilmente all’occhio del pubblico i segreti. I due registi, responsabili anche della sceneggiatura insieme a Sergio Casci, solo all’apparenza giocano sporco, lasciando in primo piano, vulnerabile e sola, la figura di Grace. La maestria, tuttavia, risiede nell’intuizione di lasciare nel corso della narrazione alcuni sottilissimi indizi che insinuano dubbi, domande e ipotesi.

The Lodge, Gogo Magazine

Il film è quindi un horror-thriller psicologico che interagisce ripetutamente con lo spettatore scadendo il ritmo del film, mai troppo incalzante e mai sottotono, con la scoperta di nuove tessere di un puzzle che gradualmente diverrà più chiaro. La struttura a enigma in cui ogni dettaglio è rilevante è decisamente complessa da gestire. The Lodge, tuttavia, non fa false promesse al pubblico e non lascia assolutamente nulla al caso, incastrando alla perfezione ogni aspetto e tema trattato.

Un ambiente… familiare

Considerate le potenzialità e i pericoli dei temi trattati e le dinamiche innescate, Franz e Fiala hanno curato in modo brillante ogni aspetto della messa in scena. The Lodge non si limita tuttavia a svilupparsi a partire da ottimi attori come Riley Keough (Under The Silver Lake, Mad Max: Fury Road) o Jaeden Martell (IT, Knives Out – Cena con delitto). Le ambientazioni, infatti, giocano un ruolo chiave essenziale nell’instaurare la giusta atmosfera necessaria al film. I parallelismi non casuali tra una casa delle bambole e la baita di famiglia giocano abilmente con i molteplici significati del semplice titolo. A tutto questo, però, si aggiunge l’avvincente alternarsi di colori caldi ma mai pienamente accoglienti degli ambienti interni – claustrofobiche stanze dalla sinistra rugosità delle loro pareti lignee – alle freddissime sfumature cromatiche degli esterni, coperti da una spessa e non casuale coltre di neve.

The Lodge, Jaeden Martell, Lia McHugh, Gogo Magazine

Non è difficile, quindi, pensare a The Shining, cult a cui The Lodge deve moltissimo dei suoi intenti. Le atmosfere kubrickiane sono palpabili e gran parte del merito della riuscita di questa “rievocazione” è da attribuire al direttore alla fotografia Thimios Bakatakis, stimatissimo storico collaboratore di Yorgos Lanthimos. Grazie a un lavoro riuscitissimo e appassionante con la sua sofisticata inquietudine, il film riesce così a catturare l’attenzione senza mai perdere di vista l’obiettivo finale: lasciare il segno. A visione conclusa, forse, la prospettiva di una tranquilla e rilassante vacanza in montagna non sarà più così allettante.

The Lodge
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