Connect with us
Che fine ha fatto il rap italiano? Che fine ha fatto il rap italiano?

Approfondimenti

Che fine ha fatto il rap italiano?

mm

Published

il

Che fine ha fatto il rap italiano?

Dai suoi albori con i primi testi di Frankie Hi Nrg, Kaos, Esa e Neffa, passando per la rivoluzione del 2006 con Fabri Fibra e i Club Dogo. Il rap in Italia ne ha fatta di strada, ma ora che fine ha fatto il rap italiano? Sta davvero scomparendo all’ombra di quel fenomeno chiamato “trap”? O si tratta di una sua semplice evoluzione?

I valori del rap

All’alba degli anni 90′, anche in Italia iniziò a circolare quel fenomeno che per anni era rimasto confinato agli Stati Uniti. Con le prime canzoni dei Lion Horse Posse, si inizia infatti a diffondere nei centri sociali del bel paese, la musicalità hip hop, che giorno dopo giorno prenderà sempre più largo, grazie al suo “messaggio”. La musica non è solamente una moda temporanea, ma è molto di più. La musica è integrazione, è voglia di raccontare, di cambiare le cose, è un indicatore sociale. Se la musica rap è riuscita a fare breccia tra i giovani è semplicemente perchè condivideva con essi la voglia di cambiamento. Uno dei più grandi poteri della musica, è infatti quello di dar voce anche a chi voce non ha, e a chi di solito non viene ascoltato. Se oggi i giovani possono infatti esprimere la loro arte con facilità, lo devono a chi negli anni 90′ si è “sbattuto” in giro per i centri sociali, a suonare davanti a dieci persone, che poi sono diventate cinquanta e cosi via. Lo si deve al rap dunque, un genere che adesso, anno dopo anno, sta scomparendo sempre di più.

La trasformazione

Un messaggio dunque. È proprio questo il problema attuale che affligge il rap italiano: non c’è più nulla da comunicare, si è perso ormai da tempo, lo spirito che ha animato quei gruppi che sono entrati nella storia della musica rap italiana. Sanguemisto, Articolo 31, CorVeleno, insomma, “non ci sono più gli artisti di una volta”. Se un tempo la priorità degli “MC erano i testi, adesso ecco che sono arrivate in cima alla lista il divertimento e lo spettacolo. Un tempo infatti, c’erano solamente un beatmaker e il rapper, quest’ultimo impegnato a “rappare” sulle basi del produttore. Adesso invece, sta diventando sempre più importante la figura del videomaker e tutto ciò che la produzione di un video musicale possa comportare. La forma è diventata più importante del contenuto, ed ecco che a perderne è la qualità. Si è iniziato ad usare il famoso “auto-tune”, uno strumento in grado di ridurre al minimo gli errori vocali, a pubblicizzare il proprio prodotto ovunque e con chiunque. Insomma, il genere rap ha subito una grossa commercializzazione. Fino ad arrivare a un punto di non ritorno: la trap.

La trap

Nata negli Stati Uniti e diffusasi velocemente nel resto del mondo grazie alla Francia, nel 2012 la “trap” ha iniziato a prendersi, fetta dopo fetta, tutta la scena hip hop mondiale. In Italia il primo vero e proprio disco trap arriva con Gue Pequeno nel 2011, con “Il ragazzo d’oro”. Ci ha pensato poi il rapper Maruego a far spopolare nel nostro paese queste nuove tipologie di sonorità, con il singolo “Cioccolata”; da qui, per la trap italiana, la strada si è fatta tutta in discesa, fino ad arrivare alla Dark Polo Gang e all’album “XDVR” del rapper milanese Sfera Ebbasta. Ma che cos’ha di diverso rispetto al vecchio rap questa nuova tipologia di musica? In linea di massima, le maggiori differenze sono due: le basi e i testi. Da considerare ci sarebbe anche l’uso dell’auto-tune, ma quello è uno strumento che ormai, è entrato a far parte anche del rap. I temi maggiormente trattari dai “trapper” sono infatti droga, soldi e donne, argomenti che con il tempo hanno trovato sempre più spazio e successo, arrivando a coinvolgere anche quegli artisti diventati famosi proprio grazie al rap. Se infatti Sfera Ebbasta, la Dark Polo Gang e Achille Lauro sono “esplosi” grazie alle sonorità trap, rapper come Salmo, Fabri Fibra, Gemitaiz e molti altri, si sono convertiti, scegliendo di cambiare genere. Il motivo? Il successo.

Non fare “di tutta l’erba un fascio”

Catalogare il fenomeno della trap come una semplice involuzione, sarebbe però sbagliato. C’è sempre infatti l’eccezione, perchè non bisogna mai fare “di tutta l’erba un fascio” ( ma di tutto un fascio l’erba, citando Danti dei Two Fingerz). Di canzoni trap con un bel testo sulle spalle ce ne sono a bizzeffe. E “Il ritorno delle stelle“, una traccia del disco di D’argen D’amico “Variazioni”, in collaborazione con Izi, Tedua e Rkomi ne è il chiaro esempio: la trap può dare dei contenuti, a patto che i suoi fruitori alzino uno standard attualmente troppo basso. Se infatti la maggior parte dei testi trap disponibili al momento, a livello di scrittura non raggiunge nemmeno lontanamente i livelli toccati con capolavori come “Morte in diretta” di Salmo e “Kryptonite” di Mecna, lo si deve ai loro fan, capaci di accontentarsi con poco e di poco. La trap ha ucciso il rap, facendolo sparire (o quasi) dal mercato, questo è innegabile. Di contenuti meritevoli al momento ce ne sono davvero pochi, ma non è detto che in futuro le cose non possano cambiare.

Il “Machete Mixtape”

C’è poi un disco capace di fare da cartina tornasole e di testimoniare come il rap abbia passo dopo passo, assunto le sembianze della trap. Stiamo parlando del “Machete Mixtape”, un disco che racchiude le collaborazioni di tutti gli artisti della “Machete Crew”, collettivo dell’etichetta “Machete Empire Records”, una delle più importanti per questo genere di musica. Secondo gli esperti infatti, il “Machete Mixtape Vol.3” rappresenta il miglior disco rap del collettivo. Ventotto tracce di pure rime rap, che a distanza di anni, vengono ancora ricordate come un qualcosa di veramente eccezionale.

Che fine ha fatto il rap italiano?

“Marylean”

Esattamente l’opposto dell’ultimo mixtape, il “Machete Mixtape Vol.4”. Anche qui abbiamo un contenuto di ben diciotto tracce, ma a livello di rime, stiamo parlando di un contenuto davvero meno sostanzioso del precedente. Non si fa infatti altro che ripetere gli “slang” della trap, con tanto auto-tune e strofe ripetitive. “Marylean” ne è l’esempio perfetto, ricordandoci che i tempi di “King’s Supreme” sono al momento davvero lontani, lontanissimi.

Bella e triste come Marilyn Ye, anche se faccio schifo, bitch marry me Ye, la paranoia chiama Metto giù e richiama Non metterti con me Sono un figlio di puttana, oh.

Che fine ha fatto il rap italiano? È morto? No, ha semplicemente cambiato forma, traendone vantaggi impressionanti per quanto riguarda la popolarità, ma perdendo per strada i contenuti.

Fonte immagine di copertina: https://anothersound.it/radio-rap/

Nato ad Alatri il 23/03/1997, attualmente collabora per numerose testate giornalistiche sportive. Raccontare di calcio però, non è il suo unico hobby (fortunatamente). C'è spazio anche per i libri, la musica e i videogiochi.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *