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La storia dell’evoluzione dei videogame

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Ha fatto scalpore lo scorso anno il record di vendite dell’ultimo capitolo di Grand Theft Auto (GTA V), titolo cult del mondo dei videogame, che in un solo giorno è riuscito a raccogliere qualcosa come 800 milioni di dollari, grazie alle copie vendute in tutto il mondo.

Nel comparto dell’entertainment digitale (e, dunque, anche nel settore musica e cinema), mai nessuno era arrivato a fare tanto.

C’è da dire che per la sua realizzazione sono stati spesi ben 266 milioni di dollari, cifra più alta di qualsiasi album o film prodotto a Hollywood (eccezion fatta per il terzo capitolo di Pirati dei Caraibi).

L’industria dei videogiochi, che oggi vale economicamente ben quattro volte quella del cinema e tre volte quella della musica mondiale, ne ha fatta di strada da quando, nel 1947, venne realizzato un primo prototipo di battaglia navale sfruttando la tecnologia ed il relativo monitor allora previsti per i radar delle navi.

Oggi i videogame fanno rima con le nuove modalità di coinvolgimento dell’utente, dalla realtà aumentata delle app per smartphone sino alle piattaforme di gioco live che prevedono una full immersion del giocatore nell’ambiente ludico, come quella offerta dalla modalità live dei migliori casinò online, o come l’esperienza di gioco della piattaforma Steam che in poco più di dieci anni ha rivoluzionato l’approccio al mondo dei videogame da parte degli utenti.

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I software per videogiochi e app di giochi per cellulari e tablet oggi si “scrivono” anche in casa: basta avere un pc e conoscere le basi della programmazione. Eppure, questa industria che oggi vale 100 miliardi di dollari a livello internazionale, ha visto i suoi natali in alcuni centri ricerca, università e laboratori tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Nel 1952, ad esempio, il professore britannico Sandy Douglas creò OXO (ovvero il gioco del tris), il primo videogioco ufficiale della storia, come parte della sua tesi di dottorato all’Università di Cambridge.

Mentre nel 1958, il fisico statunitense William Higinbotham, scrisse il programma di Tennis for Two per intrattenere i visitatori accorsi a New York per l’apertura al pubblico annuale del Brookhaven National Laboratory. Entrambi si giocavano sullo schermo di un oscilloscopio, a sua volta collegato a un computer primordiale analogico.

Soltanto nel 1967 fu completato il progetto di quella che oggi conosciamo con il nome di console di casa: stiamo parlando della famosa scatola marrone (The Brown Box), un prototipo di sistema di videogiochi multiplayer e multiprogramma della Sanders Associates che poteva essere riprodotto sul televisore di casa.

Quella scatola (venduta commercialmente con il nome di Odyssey) non ebbe successo e il progetto finì ben presto nel dimenticatoio. Qualche anno più tardi, la società giapponese Atari acquistò le licenze della Brown Box, inventando così l’Atari 2600. Siamo arrivati agli inizi degli anni ottanta, l’epoca del primo boom dei videogiochi: durante questo periodo furono lanciati sul mercato titolo diventati leggenda, come Space Invaders (1978), Pac-Man e Donkey Kong.

Prima con Nintendo e poi con Sega (e successivamente anche con l’ingresso sul mercato della Sony e della sua Playstation), il mondo dei videogiochi parlerà esclusivamente giapponese. Negli anni novanta, assistiamo invece all’ingresso delle console di quinta generazione e dei videogiochi 3D.

La storia moderna dei videogame ci parla di titoli ad altissima definizione e di mostri sacri nel campo dell’informatica, come Microsoft, che si sono andati ad aggiungere a Sony e Nintendo nella lotta commerciale per la supremazia in un settore che ha visto crescere a dismisura il proprio fatturato, anno dopo anno.

Direttore editoriale di Gogo Magazine e co-fondatore di GogoVest Srl. Appassionato di storytelling e strategie di comunicazione online.

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